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La Villa della Sposa Bambina
POSTED ON 4 Apr 2025 IN Reportage     TAGS: URBEX, mansion

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Arriviamo alla villa e la scena è tutt’altro che serena. Piove a dirotto, un temporale che non lascia spazio a dubbi. Fa un freddo cane. Davanti al cancello, poco prima del nostro arrivo, si è verificato un tamponamento a catena. Le pattuglie della polizia, i pompieri e l’ambulanza sono lì a gestire la situazione, creando un’atmosfera che definire caotica è forse riduttivo. Le nostre aspettative non sono elevate. Il contesto non promette nulla di particolare, ma nonostante le forze dell’ordine dietro l’angolo decidiamo comunque di entrare. La porta è aperta, la villa ci accoglie con la sua decadenza e un livello di confusione molto importante; le stanze sono immerse in un disordine che le rende difficili da esplorare. La sala da pranzo nelle foto sembra intrigante, ma solo perché fotografata nella zona in ordine. Sono scelte di ripresa, la fotografia talvolta può ingannare.

Un’altra stanza attira la mia attenzione. Un camino e due poltrone dallo stile raffinato. Sopra al camino noto un piccolo quadro: una sposa bambina. Non ci dò molta importanza, la fotografo per caso, senza riflettere. Quando un altro esploratore pubblica le sue foto e definisce la villa come della sposa bambina, qualcosa cambia nella mia percezione. Quel titolo diventa improvvisamente carico di significato, e senza pensarci troppo decido di adottarlo.

Ci spostiamo in un’altra stanza. Qui l’ambiente è ancora, se possibile, più caotico, tanta confusione, mobili gettati alla rinfusa: sono già sicuro che sarà un’esplorazione più interessante in fotografia che dal vivo. Quando saliamo al piano superiore, la scena cambia. Le stanze sono vuote, in uno stato di abbandono totale, ma c’è qualcosa che non ci aspettiamo. Due poltrone gonfiabili, trasparenti, anacronistiche rispetto all’atmosfera decadente che ci circonda. La loro presenza ci colpisce, sono fuori tempo, come se non appartenessero a quel luogo.

Decidiamo anche di scattare un selfie su quelle poltrone gonfiabili, ma non amo pubblicare immagini personali in contesti urbex. Non lo faccio quasi mai e questa foto rimarrà nel mio archivio, lontana dagli occhi del mondo.

Quando usciamo dalla villa la pioggia è ormai incessante. Ci dirigiamo verso il cancello, ma ci sono i vigili urbani che dirigono il traffico dopo l’incidente. Non ci scomponiamo (ci limitiamo a bestemmiare). Facciamo il giro largo e ci ritroviamo a uscire completamente bagnati. Non è un’uscita elegante, e nemmeno asciutta, ma è parte integrante del gioco (e le bestemmie pure). Inizialmente, la sensazione che porto con me è di delusione, ma quando rivedo le foto, con un po’ di sorpresa, scopro che ci sono diversi scatti che meritano attenzione. Ed eccoci qua, ecco, in tutta la sua meravigliosa decadenza, la Villa della sposa bambina.

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La Villa del Sacro Cuore
POSTED ON 2 Apr 2025 IN Reportage     TAGS: URBEX

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La Villa del Sacro Cuore è un luogo che affascina e spaventa allo stesso tempo, un angolo di decadenza e bellezza dimenticata che trasuda storia e mistero. Da fuori è decadente, antico, dall’aspetto quasi medioevale; appena si varca la porta il buio è sovrano, ma la poca luce del mattino che penetra attraverso la finestra rotta permette di scoprire lentamente l’abbandono. Gli occhi iniziano ad abituarsi, mi rendo subito conto che sarà complicato fotografare. Davanti a me si apre l’ingresso principale, confuso, ma maestoso: una scala di legno, meravigliosa, che sale verso il piano superiore, un lampadario che forse proviene dal castello di Re Artù e, appoggiati per terra, due scudi con l’effige del Sacro Cuore di Gesù, che sembrano quasi vivere di una luce propria. È un’entrata in scena che mi sorprende, non mi aspettavo un primo impatto così clamoroso, rimango qualche secondo ad ammirare lo spazio intorno a me, l’aria è stagnante, una sensazione molto forte di polvere e umidità.

La bellezza di quel panorama iniziale quasi mi toglie il fiato. Sebbene l’abbandono abbia ormai preso il sopravvento, l’atmosfera di grandezza del passato è ancora presente, la percepisco. La villa, un tempo forse luogo di grande eleganza e raffinatezza, ora è solo quello che si definisce un vuotone, con le sue pareti scolorite e rovinate dal passare del tempo. I soffitti affrescati, che un tempo dovevano essere l’orgoglio del proprietario, sono ora gravemente danneggiati, e le figure floreali che adornavano le stanze sono sbiadite, rovinate e quasi irriconoscibili. La luce si riflette sui muri scrostati, creando ombre che accentuano la sensazione di vuoto e disperazione.

Sono solo, cammino lentamente e ogni passo sembra lasciarmi sospeso, mi sento come un intruso in un mondo di un’altra epoca. Le stanze sono avvolte da una penombra che fa salire alle stelle la mia adrenalina, non sono troppo abituato alla solitudine. La villa si sviluppa su due piani, ma entrambi sembrano vuoti e privi di anima. Non ci sono più i segni dell’abitazione, né arredi, né oggetti che possano dare un’idea di come fosse la vita. Al secondo piano le finestre lasciano entrare una luce intensa e contrastata, ma ciò che mi colpisce è la tappezzeria decadente, i motivi geometrici e floreali ormai sbiaditi e caduti in più punti. In ogni stanza trovo cavi elettrici distribuiti in modo apparentemente casuale. La loro disposizione sembra priva di logica, come se fossero stati sistemati senza un reale motivo. Non riesco a capire il perché di questa confusione, che aggiunge un ulteriore strano elemento all’ambiente già misterioso di suo. Le pareti scrostate mi raccontano la storia del lento e inesorabile declino. Il rumore di un’auto che si mette in moto poco lontano è l’unica interruzione del silenzio che pervade ogni stanza, posso sentire il battito del mio cuore, il suono dell’otturatore che si apre e si chiude sembra fortissimo.

Mi sento inseguito dalla fretta e dall’ansia, ma il buio rende tutto più difficile. Tornando sui miei passi, decido di scattare ancora una foto dell’ingresso e della scala: e sarà la foto della copertina. Quando chiudo lo zaino e mi preparo ad andare via, non posso fare a meno di guardare un’ultima volta il Sacro Cuore di Gesù. È un ambiente pazzesco che mi emoziona e non mi lascia indifferente. Questa esplorazione è arrivata come un colpo forte, feroce e sorprendente, come una raffica di mitra che mi ha scosso, facendomi riflettere su ciò che il futuro potrebbe riservare. Resterà un ricordo indelebile, un’eco di un tempo passato che conserva il suo fascino, forse immortale, come una memoria che non svanisce mai, ma rinasce nelle nostre mani e nella nostra voglia di dimenticare.

Il Sacro Cuore è fonte della bontà e della verità;
Il Cuore di Gesù è espressione della buona novella dell’amore;
Il Sacro Cuore è la palpitazione di una presenza di cui ci si può fidare.
– Papa Benedetto XVI

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Il palazzo dei Ritratti
POSTED ON 30 Mar 2025 IN Reportage     TAGS: URBEX, mansion

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La Villa dei Ritratti, o meglio, il Palazzo dei Ritratti, è un luogo che lascia un’impressione particolare. Abbandonato da tempo, distrutto e devastato, sembra racchiudere un’energia nascosta, come se ci fosse ancora qualcosa da raccontare, nonostante il suo stato di decadenza. La bellezza più evidente risiede in alcune stanze che, purtroppo, sono rimaste intatte solo parzialmente. Una delle stanze più suggestive è quella da letto, dove sono appesi i due ritratti che danno il nome alla villa. Ritratti di figure antiche e storiche, i cui sguardi sembrano ancora osservare chiunque vi entri. Attorno a questi quadri, un appendiabiti rovinato e storto, dei libri, vestiti sparsi sul letto, una carrozzella per bambini in mezzo alla stanza. La scena potrebbe sembrare disordinata, ma c’è una sorta di fascino che non si può ignorare.

Nel resto della villa, l’abbandono è evidente. Una stanza con un letto isolato, una camicia appesa, una cucina che sembra essere stata dimenticata con bottiglie di vetro ancora impilate. Ogni camera racconta poco, solo vetri rotti, persiane malconcie e muri che si scrostano. Quello che ho trovato davvero interessante in questo palazzo sono i pavimenti. Sono tipici del secolo scorso, con uno stile che richiama l’epoca e porta con sé un fascino vintage, un po’ retrò, che negli ultimi anni è tornato molto in voga. La loro bellezza non passa inosservata: riescono a trasmettere una sensazione di nostalgia e al tempo stesso di antica bellezza.

Nonostante la mia difficoltà nel fotografare questo luogo e il risultato non perfetto dal punto di vista tecnico, c’è qualcosa di intrigante nel Palazzo dei Ritratti che mi ha spinto a condividerlo. Forse è la storia che quei ritratti sembrano raccontare, o il contrasto tra la rovina e la memoria che ancora permane in quei luoghi. Non è un posto che offre una bellezza visibile a tutti, ma forse è proprio questo il motivo che gli regala un fascino unico.

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Chiesa della Beata Vergine Addolorata
POSTED ON 27 Mar 2025 IN Reportage     TAGS: URBEX, church

Chiesa della Beata Vergine Addolorata

Durate il girovagare urbex capita, non di rado, di imbattersi in luoghi intriganti, almeno da lontano. Mentre andavamo alla ricerca di una piccola chiesa abbandonata ci siamo trovati davanti a una costruzione che inizialmente non riuscivamo a identificare. Ci siamo avvicinati e abbiamo scoperto che si trattava di una piccola cappella, chiusa con una porta in metallo e un lucchetto nuovo, segno di un accesso precedente, anche recente. Da fuori, una piccola finestra ci ha permesso di intravedere l’interno della chiesa, e questo ha aumentato il rammarico. Ho comunque deciso di fotografare con l’obiettivo da 14mm, sfruttando un diaframma aperto (comunque con il grandangolo la parte a fuoco è estesa) e alzando gli ISO per compensare la scarsa luce: nessuna intenzione di armeggiare con il treppiede, troppo complicato. Nella foto ho lasciato visibili le sbarre della finestra, per far comprendere che questa bellezza è stata fotografata dall’esterno. La chiesa è dedicata alla Beata Vergine Addolorata, ma viene chiamata in zona Madonna dei Campi. A volte, anche un’esplorazione parziale può raccontare qualcosa, magari solo da lontano.

All’interno della chiesa, gli affreschi sulla parete sinistra mostrano una Madonna in trono con il Bambino, databile al XIV secolo, accanto a un uccellino, inserita in una nicchia con fondo curvo. Più a sinistra, un altro lacerto d’affresco raffigura un frate francescano, il cui busto è stato recentemente strappato. Il presbiterio, sopraelevato rispetto alla navata, ospita un altare barocco con decorazioni in stucco e volute colorate. Dietro l’altare, resta visibile un frammento della Madonna Addolorata. Accanto all’altare, sono dipinti due profeti, identificabili rispettivamente con Davide e Geremia.
The Citadel
POSTED ON 24 Mar 2025 IN Landmark     TAGS: EVENT

The Citadel

Tanti anni fa, c’era un videogioco in cui il protagonista, armato, si faceva strada attraverso luoghi oscuri, attaccato da mostri e creature varie. Uno sparatutto, non ricordo con precisione i dettagli, ma uno dei livelli del gioco era chiamato The Citadel /e non riuscivo a superarlo). In questo livello, il protagonista si trovava all’interno di una cittadella militare e veniva costantemente assediato e doveva difendersi da ogni parte. Mi creava un’ansia pazzesca, ma ero molto giovane. Domenica, durante le giornate FAI di Primavera (ma faceva talmente freddo da sembrare inverno), sono andato ad Alessandria e ho avuto la possibilità di visitare ed esplorare la Cittadella, una ex caserma militare dal grande valore storico. Essendo una struttura imponente, mi ha subito ricordato quelle sensazioni di pericolo e guerra che avevo vissuto durante le sessioni di gioco a DOOM (questo il nome del videogame) tra armi, vita militare e l’atmosfera di assedio.

La visita è stata molto interessante, purtroppo il tempo non era dei migliori, non ero ispirato, sarà l’aria mandrogna, sarà la focaccia dolce, ma le foto fanno schi sono poco significative. Nonostante tutto c’è un’immagine, una sola, che mi piace particolarmente. Rappresenta un momento della visita all’interno del bastione Sant’Antonio, nelle gallerie di demolizione, una delle zone esterne e più nascoste della cittadella (il senso di isolamento è inquietante). Questa foto mi piace per il contrasto fra il colore giallo dei caschetti da cantiere e l’ambiente quasi monocolore; ho quindi deciso di condividerla, unico scatto della giornata.

Chissà, magari un giorno tornerò alla Cittadella di Alessandria, meglio in estate, con il sole e una luce diversa, più favorevole. Per ora mi accontento di questa interessante lezione di storia, fra Savoia, Napoleone, Risorgimento Italiano e Novecento.

Doom (scritto DOOM in caratteri maiuscoli) è un videogioco creato da id Software e pubblicato nel 1993. È ritenuto uno degli esempi più influenti del genere sparatutto in prima persona. Combinando un innovativo uso della grafica 3D, uno stile di gioco semplice e veloce e un elevato tasso di violenza, in breve tempo diventò molto popolare. Nel 1997 è stato stimato che la versione shareware (che comprende il primo dei tre episodi del gioco) sia stata prelevata e giocata da almeno 15 milioni di persone.
Villa Napoleone
POSTED ON 18 Mar 2025 IN Reportage     TAGS: URBEX, Mansion

Villa Napoleone /03

Probabilmente ho qualche difficoltà mentale, perché per me la fotografia deve essere realizzata esattamente come la immagino e come la desidero: deve essere perfetta. Vita Napoleone è stata una sorta di incubo, perché la foto più importante, quella zenitale che ritrae il meraviglioso soffitto affrescato del salone principale, non sono riuscito a realizzarla durante la prima esplorazione. Quando sono tornato in studio e l’ho guardata al monitor, non mi piaceva. Non era perfetta come la volevo. L’avevo già vista, scattata da altri, e desideravo farla meglio, in modo diverso, con una qualità superiore. Nonostante Villa Napoleone sia una location piuttosto rischiosa, con allarmi sia esterni che interni, sono tornato, perché quando mi prende una cosa del genere, una sorta di ossessione, sento il bisogno di rifare quella foto. Volevo che quel soffitto meraviglioso fosse finalmente visibile, esaltato dalla posizione esatta della macchina fotografica. Alla fine, sono riuscito a realizzare quella foto, proprio come la volevo.

La prima stanza in cui entriamo al pian terreno, è il salone padronale, ormai spoglia dalla ricchezza che sicuramente racchiudeva quando l’edificio era abitato, subito al buio dell’alba non ce ne accorgiamo ma poi alzando gli occhi al soffitto rimaniamo senza parole rapiti da un meraviglioso affresco. Tra gli stucchi dorati ecco un giovane Dionisio, conosciuto forse di più da tutti con il nome di Bacco, per mano a sua madre Demetra che ci accoglie in queste stanze abbandonate. Demetra è la Dea greca della natura e delle messi, simbolizza l’energia materna archetipica, la dea di fertilità, che presiede al ciclo naturale di morte e rinascita, è la Dea della Terra, dell’agricoltura e di tutto ciò che è ad essa connessa: è la madre fertile, a cui si prega per un raccolto abbondante e che presiede ogni frutto della terra. Demetra è la Dea generosa, a cui si guarda per il nutrimento come fonte di vita ed è rappresentata con lunghi capelli biondi e cesti di fiori o cornucopie tra le braccia.

Non conosco le motivazioni che hanno portato alla scelta del nome, altri hanno preferito descriverla come la villa di Demetra e del piccolo Dionisio, altri ancora l’hanno definita dei Massoni, ma Villa Napoleone non può essere ridotta semplicemente al salone e al suo incredibile soffitto, è molto di più: una serie di stanze magnifiche, decisamente intime e particolari, sofisticate, che conferiscono alla villa un fascino unico. Ciò che mi ha colpito maggiormente, oltre al salone, è sicuramente il secondo piano, che si raggiunge salendo una scala stretta, con una finestra dalle forme geometriche e dai colori vivaci: rosso, verde, giallo. Una combinazione davvero scenografica. Ma c’è un elemento che, più di tutti, mi ha lasciato senza parole. In mezzo alla scala, in un punto apparentemente senza significato, un lavandino. Un lavandino, sì, proprio lì, a metà del percorso, dove chi saliva le scale avrebbe potuto fermarsi e lavarsi le mani. Accanto a questo lavandino, una finestra rotonda, che è un motivo ricorrente in tutta la villa. Anche questa finestra, colorata, con sfumature di rosso e blu, purtroppo parzialmente rotta, aggiungeva un ulteriore strato di curiosità e bellezza a quella zona, già così fuori da ogni logica moderna.

Quando sono uscito dalla porta-finestra, ho lanciato un’ultima occhiata al salone principale, a quel soffitto straordinario che tanto mi aveva affascinato (e non solo me). Non sono riuscito a resistere alla tentazione di voltarmi un’ultima volta. Ho chiuso la finestra con delicatezza, appoggiato la persiana e mi sono diretto verso le scale che conducevano all’esterno, al mondo libero. Di solito, quando si lascia un luogo dopo un’esplorazione, si prova una sensazione di liberazione, di rilassamento, di scampato pericolo. Ma mai come in questo caso, ho avvertito quella sensazione, perché dentro di me c’era una sorta di tensione, come se fossi stato osservato/controllato, anche per via delle storie che mi avevano raccontato. È una delle caratteristiche dell’urbex, una delle cose che rende questo tipo di fotografia così affascinante e coinvolgente. Le ultime notizie riportano che l’accesso a Villa Napoleone è completamente bloccato e che entrare è diventato quasi impossibile. Forse è meglio così, soprattutto per chi ha già avuto l’onore di visitarla.

Sospeso per sempre… un secondo alla volta.
– Stephany Fincato

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