La Villa del Sacro Cuore è un luogo che affascina e spaventa allo stesso tempo, un angolo di decadenza e bellezza dimenticata che trasuda storia e mistero. Da fuori è decadente, antico, dall’aspetto quasi medioevale; appena si varca la porta il buio è sovrano, ma la poca luce del mattino che penetra attraverso la finestra rotta permette di scoprire lentamente l’abbandono. Gli occhi iniziano ad abituarsi, mi rendo subito conto che sarà complicato fotografare. Davanti a me si apre l’ingresso principale, confuso, ma maestoso: una scala di legno, meravigliosa, che sale verso il piano superiore, un lampadario che forse proviene dal castello di Re Artù e, appoggiati per terra, due scudi con l’effige del Sacro Cuore di Gesù, che sembrano quasi vivere di una luce propria. È un’entrata in scena che mi sorprende, non mi aspettavo un primo impatto così clamoroso, rimango qualche secondo ad ammirare lo spazio intorno a me, l’aria è stagnante, una sensazione molto forte di polvere e umidità.
Sono solo, cammino lentamente e ogni passo sembra lasciarmi sospeso, mi sento come un intruso in un mondo di un’altra epoca. Le stanze sono avvolte da una penombra che fa salire alle stelle la mia adrenalina, non sono troppo abituato alla solitudine. La villa si sviluppa su due piani, ma entrambi sembrano vuoti e privi di anima. Non ci sono più i segni dell’abitazione, né arredi, né oggetti che possano dare un’idea di come fosse la vita. Al secondo piano le finestre lasciano entrare una luce intensa e contrastata, ma ciò che mi colpisce è la tappezzeria decadente, i motivi geometrici e floreali ormai sbiaditi e caduti in più punti. In ogni stanza trovo cavi elettrici distribuiti in modo apparentemente casuale. La loro disposizione sembra priva di logica, come se fossero stati sistemati senza un reale motivo. Non riesco a capire il perché di questa confusione, che aggiunge un ulteriore strano elemento all’ambiente già misterioso di suo. Le pareti scrostate mi raccontano la storia del lento e inesorabile declino. Il rumore di un’auto che si mette in moto poco lontano è l’unica interruzione del silenzio che pervade ogni stanza, posso sentire il battito del mio cuore, il suono dell’otturatore che si apre e si chiude sembra fortissimo.
Il Sacro Cuore è fonte della bontà e della verità;
Il Cuore di Gesù è espressione della buona novella dell’amore;
Il Sacro Cuore è la palpitazione di una presenza di cui ci si può fidare.
– Papa Benedetto XVI
La gioia di vivere, in ungherese, si scrive az élet örömét. Recentemente mi hanno parlato di Budapest come possibile meta turistica e, subito, mi sono tornati in mente i ricordi di un viaggio che ho fatto nella capitale ungherese nel 2013. Preistoria, praticamente. Incuriosito, sono andato a cercare le foto di quel periodo e ho trovato 460 scatti, realizzati nell’arco di 4 giorni. Ero con un gruppo eterogeneo di amici e molte di quelle immagini sono semplici foto ricordo. Se dovessi tornare oggi lungo il Danubio, scatterei almeno cinque volte il numero di foto. La qualità di quelle immagini è decisamente bassa e, anche se ne avevo pubblicate alcune, oggi posso dire che molte sono irrimediabili. Tuttavia, alcune, se riviste con gli occhi di oggi, possono essere ancora recuperate. Questa foto di street, per esempio, la trovo interessante. Racconta qualcosa che all’epoca non avevo colto a pieno, ma che nel 2025 apprezzo decisamente di più.
Da quando vivo a Beinette, ormai quasi vent’anni (ah, come passa veloce il tempo quando ci si diverte), ho sempre visto la Pieve di Santa Maria (Madonna della Pieve) come un luogo molto misterioso, sempre chiuso al pubblico, inaccessibile. Tutti mi raccontavano quanto fosse meravigliosa, ma non riuscivo mai a visitarla. La curiosità ha preso il sopravvento, aiutato dalla mia fama di fotografo dell’impossibile (ahahahah), ho chiesto al sindaco del paese, che mi ha dato il contatto giusto, e infine sono riuscito a visitarla grazie a una gentilissima guida, la bravissima Grazia Dosio, che mi ha accompagnato, da solo e scusate l’onore, alla scoperta della Pieve di Beinette.
Gli affreschi della Pieve sono incredibili, la storia è affascinante, ma non è mio compito raccontarla qui (io scatto foto)(per i più curiosi l’ho rubata e aggiunta qui in calce). Ho cercato di scattare le foto nel modo più divulgativo possibile, lasciando da parte la mia solita vena artistica (che io solitamente faccio le foto senza passione come facessi un catalogo di vendita) cercando di trasmettere attraverso le immagini ciò che le parole raccontano (e non raccontano). Non pensavo fosse così bella; è un luogo storico, affascinante, e sono davvero felice di poterla condividere con chi mi legge, perché merita davvero di essere conosciuta.
Durate il girovagare urbex capita, non di rado, di imbattersi in luoghi intriganti, almeno da lontano. Mentre andavamo alla ricerca di una piccola chiesa abbandonata ci siamo trovati davanti a una costruzione che inizialmente non riuscivamo a identificare. Ci siamo avvicinati e abbiamo scoperto che si trattava di una piccola cappella, chiusa con una porta in metallo e un lucchetto nuovo, segno di un accesso precedente, anche recente. Da fuori, una piccola finestra ci ha permesso di intravedere l’interno della chiesa, e questo ha aumentato il rammarico. Ho comunque deciso di fotografare con l’obiettivo da 14mm, sfruttando un diaframma aperto (comunque con il grandangolo la parte a fuoco è estesa) e alzando gli ISO per compensare la scarsa luce: nessuna intenzione di armeggiare con il treppiede, troppo complicato. Nella foto ho lasciato visibili le sbarre della finestra, per far comprendere che questa bellezza è stata fotografata dall’esterno. La chiesa è dedicata alla Beata Vergine Addolorata, ma viene chiamata in zona Madonna dei Campi. A volte, anche un’esplorazione parziale può raccontare qualcosa, magari solo da lontano.